giovedì 4 febbraio 2010

Con la spada nel cuore

Non posso anche oggi non ripensare alla profezia di Simeone a Maria che abbiamo ascoltato due giorni fa nel Vangelo: “e anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Maria l’Immacolata Concezione dovrà soffrire per tutta la sua vita. Il figlio che ha portato dentro di se, il Salvatore dell’umanità, sarà la sua “croce”. Che contraddizione! Ci si potrebbe chiedere: che male ha fatto? Questa è la domanda che urliamo contro il cielo quando ci diagnosticano una malattia grave, quando proviamo una grossa angoscia, insomma quando la sofferenza prende il sopravvento nella nostra vita. Ci chiediamo e urlando contro Dio diciamo: “che peccato ho fatto? Perché ce l’hai con me, che male ti ho fatto? Il Signore non esiste perché se esistesse non mi lascerebbe così: ho pregato tanto!”. Ribaltiamo queste domande e mettiamole sulle spalle di Maria. Non hanno senso, come non hanno senso quando ce le poniamo noi. Allora?

Tutto questo panegirico è partito nella mia preghiera pensando alle tantissime persone che “hanno una spada nel cuore” cioè coloro che hanno qualcosa che li fa soffrire. Non sto parlando solo di una malattia ma di tutte quelle situazioni in cui si soffre, siano esse fisiche, mentali o spirituali. Avete presente quando qualcosa (di qualsiasi tipo) vi tormenta dentro ininterrottamente per tutto il giorno come un ritornello di una canzone appena ascoltata che non vuole abbandonare i vostri pensieri? Sto parlando proprio di questo: delle “angosce” che si hanno dentro, che non si riesce a spiegare a comunicare a nessuno ma che ti distruggono giorno dopo giorno senza trovare un momento di respiro. Che fare?

Ho solo una risposta e questa è Gesù Cristo, la sua Parola impressa nel Vangelo, il Logos di Dio che si esprime nei secoli attraverso la Parola di Dio contenuta in quel libro sullo scaffale più alto della nostra biblioteca; si, quello polveroso nell’angolo buio… quello che sulla costola ha impresso la parola “Bibbia”. Parole scontate e vane le mie? Provare per credere!

Vi chiedo: perché ricorrere alla fede solo quando si ha veramente “il culo per terra”, quando hai finito tutte le energie e hai provato di tutto (scienza, maghi, cartomanti, bestemmie, …) ma tutto ti ha consumato ancora di più, lasciandoti con un palmo di naso? E’ vero che quando sperimenta la propria impotenza, l’uomo ricorre, solo allora, all’Onnipotente! Quanto tempo perso, quante energie sprecate. E’ tutto lì a portata di mano, ma la presunzione dell’uomo l’allontana, lo nasconde, spesso lo nega. E dire che Cristo vuole solo essere tutt’uno con noi: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”.

Maria lo sa bene e rimane sempre vicino a Cristo anche quando, da madre affettuosa del bambino Gesù, diventa una semplice “donna”. Si sente chiamare “donna” proprio da suo figlio, dal “taumaturgo in erba” (perché inizia in quell’occasione a compiere miracoli) a Cana di Galilea. Da quel momento in poi sarà la donna, una di quelle che lo seguono: “Chi è mia madre e chi sono I miei fratelli?… Ecco mia madre e miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 33-35 oppure Mt 12, 48-50). Maria ritorna a essere chiamata “la madre” sotto la croce, quando Gesù la consegna a Giovanni, cioè nel momento in cui lei vive la sofferenza più grande (vedere morire il proprio figlio è il dolore più grande che un essere umano possa provare). Maria nel compimento della volontà di Dio trova il senso profondo della sua vita e la spiegazione di tanto dolore: il suo amore per Gesù, si dilata e diventa amore per l’umanità. La morte, da momento di grande sofferenza, diventa così consolazione nella Resurrezione.


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