sabato 20 febbraio 2010

Dieta o digiuno

Con il Mercoledì delle Ceneri è iniziata, anche quest'anno, la Quaresima. Questo giorno è caratterizzato dall'imposizione delle ceneri e dal digiuno, due aspetti che richiamano la penitenza. Ma, oggi, il digiuno è fatto ancora per questa ragione? Purtroppo solo per una minoranza, infatti adesso si digiuna per motivi politici, per questioni estetiche, perché troppo presi dal lavoro che non ci lascia tregue all'interno della giornata... Allora perché non si digiuna più per motivi religiosi (o lo si fa poco e chi lo fa è additato come bigotto e retrogrado?)
Viviamo in un tempo di grandi contraddizioni dove le persone si massacrano in diete da fame ma si dimenticano completamente di piccole cose che la fede ci chiede. Il digiuno e l’astinenza, insieme alla preghiera, all’elemosina e alle altre opere di carità, appartengono, da sempre, alla prassi penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di implorazione dell’aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre. Per fare questo occorre saper dire dei “no”, fare opera di resistenza e di lotta, sapersi privare di qualcosa anche se buona e vivere tutto questo non solo a livello di pensiero, ma anche con il corpo.
Il problema risiede forse nel sapere dire dei "no". Personalmente non digiuno mai per motivi politici o estetici ma spesso mi capita di saltare qualche pasto (o alleggerirlo) solo perché non ho fame: questo mi rimane facile. Non posso dire la stessa cosa quando questo mi è "imposto" da una ricorrenza particolare. In quei casi vengo sempre preso dall'ansia della fame, che non è vera ma frutto della mia emotività, della mia psiche.
Questa prassi mette, così, in luce la mia debolezza di fronte al rinunciare a qualcosa per quel Dio a cui chiedo sempre tanto ma a cui do così poco. Non dobbiamo vivere il digiuno come sofferenza che diventa merce di scambio verso un Dio esigente (ci ama incondizionatamente) ma come esercizio della mia volontà in cui non metto più al centro della mia vita me stesso, i miei bisogni, i miei desideri ma il Signore. Il digiuno diventa così segno del nostro vivere la Parola di Dio. Non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio, sull'esempio di Cristo, che disse: "Mio cibo è fare la volontà del Padre"; Nutrirsi vuol dire poi viverla… E' segno della nostra volontà di espiazione: "Non digiuniamo per la Pasqua, né per la croce, ma per i nostri peccati, ... " afferma san Giovanni Crisostomo; espiare vuol dire rimediare al nostro male con il bene. E' anche segno della nostra astinenza dal peccato: come dice il vescovo sant'Agostino: "Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l'astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo, ...". La mortificazione del corpo (“mortificare” vuol dire dominare il corpo) è segno della conversione dello spirito.
Digiunare è quindi diventare come veri apostoli di Cristo che si mettono intorno a Lui e che ascoltano la sua parola. Meditiamo, quindi, questo brano del Profeta Isaia (Is 58, 1-9)
Così dice il Signore:
«Grida a squarciagola, non avere riguardo;
alza la voce come il corno,
dichiara al mio popolo i suoi delitti,
alla casa di Giacobbe i suoi peccati.
Mi cercano ogni giorno,
bramano di conoscere le mie vie,
come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;
mi chiedono giudizi giusti,
bramano la vicinanza di Dio:
“Perché digiunare, se tu non lo vedi,
mortificarci, se tu non lo sai?”.
Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l’uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”».

martedì 16 febbraio 2010

Le tentazioni

Dalla lettera di san Giacomo apostolo

Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte.
Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature
Gc 1, 12-18

Questo brano, il giorno prima del "Mercoledì delle Ceneri", mi ha fatto venire in mente la Quaresima!


La Chiamata di Pietro

LETTURE: Is 6,1-2,3-8; Sal 137; 1 Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Anche se con un notevole ritardo la riflessione che voglio proporre in questo post la prendo dalle letture della V domenica del Tempo Ordinario


Nel brano del Vangelo spicca la figura di Pietro, un pescatore della Galilea, uomo impulsivo e generoso, carismatico e contraddittorio. Pietro è una delle figure più affascinanti del Nuovo Testamento e le sue caratteristiche che emergono dalla lettura della Parola di Dio, lo pongono su un piano decisamente umano e quindi molto interessante per il nostro cammino di fede.

Siamo sulle sponde del lago di Cafarnao. Alcuni pescatori stavano lavando le reti: stanchi e sicuramente con l'umore nerissimo per l'infruttuosa pesca, si vedono arrivare un uomo seguito da una folla numerosa. Un altro profeta.

Pietro era un buon ebreo, credente, che frequentava regolarmente al sinagoga. La sua era la vita della gente semplice, dedita al lavoro; si occupava della famiglia, consacrava il Sabato alla preghiera, senza grandi problemi religiosi.Aveva di Dio la concezione dell'ebreo comune: Il Santo, Il Signore degli eserciti, il potente, l'infinitamente grande, il Creatore dei cieli e della terra, l'Inaccessibile, Colui che l'uomo non può vedere senza morire, che nessuno aveva mai visto, che nessun uomo può descrivere e che nessuna immagine può rappresentare.Dunque il Dio potente e inaccessibile. c'è un terzo aspetto presente nell'ebraismo, che Pietro sentiva molto inquietante a causa delle condizioni in cui, di fatto, viveva il popolo di Israele: Dio non abita al di là dei cieli, ma opera nella storia; ha operato la salvezza del popolo ebraico facendo uscire gli antichi padri dall'Egitto "con mano potente e braccio forte". Dio però, è un periodo, che sta tacendo. Certo, nel passato ha operato grandi cose, ha parlato per mezzo dei profeti, ma ormai sono secoli che il popolo ebraico vive nell'incertezza, quasi demotivato. A poco a poco la gente è diventata opportunista, si è adattata alla dominazione romana, si è imborghesita e pensa soprattutto agli affari.

Pietro vive il senso di disagio proprio di chi sa che Dio c'è, ma non si mostra nella storia. La sua fede resta salda però qualche momento di crisi lo vive.

Gesù irrompe improvvisamente nella sua vita, chiedendo la barca a Pietro, che colto di sorpresa, accetta. Lo fa per cortesia, perché ha paura di apparire scortese e maleducato come facciamo noi quando all'improvviso ci chiedono una cosa inaspettata. Non lo fa perché è interessato alle parole di Gesù: lui ha altri problemi, lui non ha pescato nulla quella notte.

Mentre Gesù sta parlando sulla barca, Pietro continua il suo lavoro forse anche un po' infastidito da questo ulteriore "fuori programma". Ascolta le prole di Gesù come facciano noi quando alla Messa ascoltiamo distrattamente le parole del sacerdote: pensiamo a cosa fare la domenica pomeriggio, a quello che dovremmo cucinare per il pranzo, ecc... A questo punto Gesù fa un'altra richiesta decisamente inosuale: chiede di ritornare al largo e gettare nuovamente le reti (appena rassettate). Ma che ne sa un falegname di pesca? Lo sanno tutti che si esce per pescare la notte e non di giorno, ma Pietro accetta. Non lo fa immediatamente; infatti dice: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti".

Che bisogno ha Pietro di premettere che hanno faticato tutta la notte e non hanno preso niente prima di fare quello che Gesù gli ha detto? Quante volte anche noi davanti alla volontà di Dio dobbiamo prima mettere i nostri "se" e i nostri "ma". E' difficile far subito salire Gesù sulla barca della nostra vita e soprattutto è difficile gettare le reti quando questo significa fare qualcosa che secondo la nostra esperienza è assurdo (a Pietro sembrava assurdo andare a pescare la mattina, in particolare dopo una pesca così deludente). Se solo ci fidassimo veramente di Dio potremmo scoprire come è sempre presente nella nostra vita e che è sempre pronto a riempirci la vita (la barca) di tutto ciò che ci serve (i pesci).

Pietro è turbato davanti a Gesù. Si butta in ginocchio si arrende: "non sono capace, non sono degno". E' la scusa tirata fuori da tutti quelli sfiorati da Dio (magari senza sentirsi neppure peccatori...). Abbiamo paura che Dio voglia farci superare un esame, che ponga delle condizioni. Più ci scontriamo con i nostri limiti, le nostre fatiche quotidiane, più avanziamo scuse nei confronti del Signore. La cosa bella del Vangelo è con non ha bisogno dei perfetti, dei primi della classe, degli asceti, dei "ricchi di fede" ma di ognuno di noi. Anche Pietro, dopo "aver gettato le reti sulla Sua Parola", non diventa un "perfetto". Si sentirà dire "vade retro satana" quando non comprenderà la via che porta alla croce e lo tradirà per ben tre volte nel momento cruciale. E noi cosa vogliamo fare: gettiamo le reti o gettiamo la spugna?


Tempo

Manca il tempo (perché per scrivere dei post come quelli che intendo mettere qui richiede molto tempo) ma non le idee.

Questa è "pastorale virtuale" ma prima viene quella "reale"!


giovedì 4 febbraio 2010

Con la spada nel cuore

Non posso anche oggi non ripensare alla profezia di Simeone a Maria che abbiamo ascoltato due giorni fa nel Vangelo: “e anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Maria l’Immacolata Concezione dovrà soffrire per tutta la sua vita. Il figlio che ha portato dentro di se, il Salvatore dell’umanità, sarà la sua “croce”. Che contraddizione! Ci si potrebbe chiedere: che male ha fatto? Questa è la domanda che urliamo contro il cielo quando ci diagnosticano una malattia grave, quando proviamo una grossa angoscia, insomma quando la sofferenza prende il sopravvento nella nostra vita. Ci chiediamo e urlando contro Dio diciamo: “che peccato ho fatto? Perché ce l’hai con me, che male ti ho fatto? Il Signore non esiste perché se esistesse non mi lascerebbe così: ho pregato tanto!”. Ribaltiamo queste domande e mettiamole sulle spalle di Maria. Non hanno senso, come non hanno senso quando ce le poniamo noi. Allora?

Tutto questo panegirico è partito nella mia preghiera pensando alle tantissime persone che “hanno una spada nel cuore” cioè coloro che hanno qualcosa che li fa soffrire. Non sto parlando solo di una malattia ma di tutte quelle situazioni in cui si soffre, siano esse fisiche, mentali o spirituali. Avete presente quando qualcosa (di qualsiasi tipo) vi tormenta dentro ininterrottamente per tutto il giorno come un ritornello di una canzone appena ascoltata che non vuole abbandonare i vostri pensieri? Sto parlando proprio di questo: delle “angosce” che si hanno dentro, che non si riesce a spiegare a comunicare a nessuno ma che ti distruggono giorno dopo giorno senza trovare un momento di respiro. Che fare?

Ho solo una risposta e questa è Gesù Cristo, la sua Parola impressa nel Vangelo, il Logos di Dio che si esprime nei secoli attraverso la Parola di Dio contenuta in quel libro sullo scaffale più alto della nostra biblioteca; si, quello polveroso nell’angolo buio… quello che sulla costola ha impresso la parola “Bibbia”. Parole scontate e vane le mie? Provare per credere!

Vi chiedo: perché ricorrere alla fede solo quando si ha veramente “il culo per terra”, quando hai finito tutte le energie e hai provato di tutto (scienza, maghi, cartomanti, bestemmie, …) ma tutto ti ha consumato ancora di più, lasciandoti con un palmo di naso? E’ vero che quando sperimenta la propria impotenza, l’uomo ricorre, solo allora, all’Onnipotente! Quanto tempo perso, quante energie sprecate. E’ tutto lì a portata di mano, ma la presunzione dell’uomo l’allontana, lo nasconde, spesso lo nega. E dire che Cristo vuole solo essere tutt’uno con noi: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”.

Maria lo sa bene e rimane sempre vicino a Cristo anche quando, da madre affettuosa del bambino Gesù, diventa una semplice “donna”. Si sente chiamare “donna” proprio da suo figlio, dal “taumaturgo in erba” (perché inizia in quell’occasione a compiere miracoli) a Cana di Galilea. Da quel momento in poi sarà la donna, una di quelle che lo seguono: “Chi è mia madre e chi sono I miei fratelli?… Ecco mia madre e miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 33-35 oppure Mt 12, 48-50). Maria ritorna a essere chiamata “la madre” sotto la croce, quando Gesù la consegna a Giovanni, cioè nel momento in cui lei vive la sofferenza più grande (vedere morire il proprio figlio è il dolore più grande che un essere umano possa provare). Maria nel compimento della volontà di Dio trova il senso profondo della sua vita e la spiegazione di tanto dolore: il suo amore per Gesù, si dilata e diventa amore per l’umanità. La morte, da momento di grande sofferenza, diventa così consolazione nella Resurrezione.


mercoledì 3 febbraio 2010

I giorni delle Candele

Il 2 e 3 febbraio nella Chiesa si festeggiano rispettivamente la Presentazione di Gesù al Tempio (Lc 2,22-39) e la memoria di S. Biagio, vescovo e martire. In entrambe le feste si fa uso di candele: nella prima, detta anche Candelora, avviene una processione con le candele benedette e nella seconda si benedice la gola dei fedeli con delle candele benedette unite da un nastro a formare una croce.

La celebrazione del 2 febbraio è popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi. Secondo la tradizione, questi ceri benedetti sono conservati in casa dai fedeli e vengono accesi, durante violenti temporali, aspettando una persona che non torna o si ritiene in grave pericolo, assistendo un moribondo, e in qualunque momento si senta il bisogno d'invocare l'aiuto divino.

Il 3 febbraio è la festa di San Biagio con la tradizionale benedizione della gola, la cui formula, pronunciata dal sacerdote è: "Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire, Dio ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre e del Figlio + e dello Spirito Santo. Amen". San Biagio era un medico e venne nominato vescovo della sua città. A causa della sua fede venne imprigionato dai Romani e durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana; per punizione fu straziato con i pettini di ferro, che si usano per cardare la lana. Morì decapitato nel 316. Gli sono stati attribuiti diversi miracoli, tra cui il salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce.

La benedizione della gola viene impartita usando due candele benedette. Questa antica benedizione rievoca una terribile realtà. Realtà del passato per noi occidentali, tuttora presente per altri popoli. Un tempo tutti i bambini dovevano essere benedetti da San Biagio. Forse anche gli anziani, in tempi più recenti, non sanno più il perché, ma è rimasto, conscio o inconscio, il ricordo di una malattia della gola, spesso mortale, che attaccava soprattutto i bambini: la difterite. Fino ai primi dell’Ottocento fu confusa con altre malattie della gola. Era detta con un termine generico, ora obsoleto, squinzania, che indicava diverse affezioni morbose della gola: dalla semplice infiammazione della faringe a quella che veniva chiamata soffocazione, anche velo, perché la gola cominciava a velarsi perché sul palato si formavano placche, che moltiplicandosi, portavano all’impossibilità di respirare. Quando si presentava il mal di gola in un bambino, cosa assai frequente in inverno (intorno alla festa del Santo), la famiglia tremava fino alla sua guarigione, perché non si sapeva come poteva finire. Si comprende bene come la disperazione nei secoli spingesse a cercare protezione da una malattia inesorabile che colpiva soprattutto gli esseri più deboli e amati della famiglia.

Nel 2010, nel tempo della medicina, dei cibi geneticamente modificati, dell'aspirina, del benagol, ha ancora senso parlare di benedizione della gola? In un momento storico dove si rigetta la fede per abbracciare la magia, l'occulto, la divinazione, possono trovare ancora posto questi segni della Chiesa che se mal interpretati e vissuti rischiano di diventare riti superstiziosi?

Io penso di si, nella misura in cui i sacerdoti saranno capaci di far entrare i fedeli nel vero significato che tali liturgie hanno.

Per prima cosa il segno della candela accesa, riferimento al Battesimo (A voi, genitori, e a voi, padrino e madrina, è affidato questo segno pasquale, fiamma che sempre dovete alimentare. Abbiate cura che il vostro bambino, illuminato da Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene, con tutti i santi, nel regno dei cieli). La luce è anche necessaria per capire "dove mettere i piedi" lungo il cammino accidentato della vita. Nel buio si rischia di perdere la via. Senza la luce di Cristo non si ha più la consapevolezza della propria vocazione. Senza la luce non si vedono perfettamente le cose e se ne intuisce così solo una parte restando fuorviati nel giudizio.

La presentazione di Gesù al Tempio è più un mistero doloroso che gaudioso. Maria «presenta» a Dio il figlio Gesù, glielo «offre». Ora, ogni offerta è una rinuncia. Comincia il mistero della sofferenza di Maria, che raggiungerà il culmine ai piedi della croce. La croce è la spada che trapasserà la sua anima. Ogni primogenito ebreo era il segno permanente e il memoriale quotidiano della«liberazione» dalla grande schiavitù: i primogeniti in Egitto erano stati risparmiati. Gesù, però, il Primogenito per eccellenza, non sarà«risparmiato», ma col suo sangue porterà la nuova e definitiva liberazione.

Il gesto di Maria che «offre» si traduce in gesto liturgico in ogni nostra Eucaristia. Quando il pane e il vino - frutti della terra e del lavoro dell’uomo - ci vengono ridonati come Corpo e Sangue di Cristo, anche noi siamo nella pace del Signore, poiché contempliamo la sua salvezza e viviamo nell’attesa della sua «venuta».

La gola è anche il luogo del nostro corpo deputato alla formazione della parola. Benedirla non significa fare un "vaccino" contro l'influenza e il mal di gola ma "bene-dire cioè dire-bene" di Dio. Le nostre parole dovranno essere una testimonianza della nostra fede. Troppo spesso si pensa che i testimoni di Cristo devono essere i sacerdoti, i vescovi, il Papa, le suore: è giunto il momento che tutti i fedeli abbiano il coraggio di essere testimoni della fede che professano, che mostrino agli altri che la luce della candela ricevuta nel battesimo è ancora accesa.


martedì 2 febbraio 2010

2 Febbraio - Presentazione del Signore

LETTURE: Ml 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

Questo Blog inizia con questo post e in questo giorno perché questa mattina, durante la preghiera, mi risuonavano in mente le parole del Pontefice, che suggeriva ai preti, soprattutto giovani di essere presenti sul web con la predicazione portando il Vangelo anche in questo "angolo di mondo". Da grande "navigatore" quale sono non ho potuto non accettare la sfida.
Dicevo che tutto ha inizio oggi, in questo giorno della solennità della presentazione al Tempio di Gesù, dove nel Vangelo si incontra il Vecchio Simeone, uomo timorato di Dio, che attendeva di vedere con i propri occhi la venuta del Signore.
«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo, Israele
».
Il titolo del blog prende spunto proprio da questo personaggio e vorrebbe essere una testimonianza del fatto che «i miei occhi hanno visto la salvezza, da te (Signore) preparata dinanzi a tutti i popoli».